Elisabetta Vignato Sei gradi di separazione

Pietro CAPOGROSSO
Leonida DE FILIPPI
Daniele GALLIANO
Federico GUIDA
Debora HIRSCH
Davide LE GRAZIE
Gian Marco MONTESANO
Luigi PRESlCCE
Elisabetta VIGNATO
a cura di Maurizio Sciaccaluga

l0 febbraio – 31 marzo 2007
Esiste una teoria secondo cui basterebbero al massimo -e proprio al massimo -sei passaggi di conoscenza per arrivare ad avere relazioni con un qualsiasi altro essere umano su questa terra. In altre parole, ciascuna persona -qualunque sia la sua razza, qualunque la sua età, qualunque la sua origine e qualunque la sua cultura -potrebbe essere messa in relazione con chiunque su questo pianeta utilizzando non più di cinque intermediari, non più di cinque passaggi. Della serie, Tizio conosce Caio che è parente di Sempronio che è andato a scuola con Vattelapesca che ha giocato a calcio con Maramaldo che ha avu­to a che fare con Bin Laden (o con Maradona, o con Angelina Jolie, o coi fratelli Coen). Volendola vedere in modo romantico, sarebbe come dire che in fondo in fondo siamo tutti collegati l’uno l’altro, in una fitta rete di relazioni che unisce virtualmente ogni essere umano. Si può arrivare a Gorge Bush e ai compagni di merende della Val di Pesa, a Emmanuelle Bejart e a Moni­ca Bellucci, a Bill Gates e ai faccendieri delle Isole Cayman, a Mahmud Ahmad,nejad e al subcomandante Marcos. Di questa teoria il regista Fred Schepisi ne ha fatto un film, scienziati in tutto il mondo ne stanno cercando un fondamento matematico, la mostra in questo catalogo -dal titolo appunto 6 gradi di separazione -prova ad applicarla al sistema dell’arte. Anzi, più nello specifico, alla figurazione italiana contemporanea: se è vero infatti che i gradi di separazione che tengono uniti gli abitanti del mondo sono davvero tanto esigui, spesso in numero molto inferiore ai 6 enunciati dalla tesi, è anche vero che potrebbe quindi esistere una connessione direttissima che vincola tra loro tutti i maestri della figura, della pittura, dell’arte narrativa. Connessione non di conoscenza personale -data per ovvia in un mondo tanto piccolo e autoreferenziale come quello dell’arte contemporanea -ma di lavoro, di studio, di suggestione. Suggestioni e studi che si basano. ad esempio, su alcune tematiche comuni e ricorrenti come l’illustrazione, i richiami al mondo della grafica (pubblicitaria e non), la citazione cinematografica.

La Ragnatela della Pittura italiana
di Maurizio Sciaccaluga

A fronte di soggetti anche molto diversi tra loro, esistono dunque straordinarie somiglianze, consonanze e affinità di intenti semplici da osservare se si prova ad abbandonare l’individualismo imperante e si cerca, per una volta, di allargare il campo e relazionare una ricerca all’altra, un tema all’altro, uno stile all’altro. Insomma, basta allargare Il campo e cercare nessi, rela­zioni, punti di contatto tra I protagonisti. come si trattasse di un gioco enigmistico, una complessa ma divertente sciarada, un “Bersaglio” (ovvero il gioco delle connessioni più famoso della Settimana enigmistica).
Facendo qualche passo indietro per estendere la visuale, è facile rendersi conto che un percorso tutto italiano in fondo esiste, e potrebbe un giorno finalmente essere letto da tutti come stile se non proprio quale movimento. Tra gli artisti in mostra, ad esempio, Daniele Galliano si serve di un taglio fotografico, uno sguardo rapido e rubato che fa del suo lavoro un tipo di arte fortemente radicata nel presente, e allo stesso modo – legati alle riviste, e quindi alla contemporaneità stretta, di consumo continuo – sono pure i ritratti di celebrità di Debora Hirsch. Pietro Capogrosso è in fondo spesso un pittore intimista in lotta con le nebbie della visione, con il pallore scolorito del ricordo che scompare, e con le dovute e profondissime differenze si avvicina a quel Federico Guida che si serve dello strumento della pittura con una maestria di altri tempi per delineare tipi dall’afflato extra-umano, quasi divino, nitidissimi ma mai precisi e realistici. I personaggi di Gian Marco Montesano, anche quelli non espressamente religiosi, colpiscono per la loro semplicità e profondità, per la loro veste iconica, e sempre la ricerca di Davide Le Grazie s’è diretta nello stesso senso, circa la descrizione che diventa simbolo, che si fa altare.

Se Leonida De Filippi molte volte guarda fuori dalla finestra Elisabetta Vignato dirige quasi sempre il suo sguardo all’interno delle stanze, nel cuore di un ambiente, eppure entrambi raccontano la soggettività della descrizione, la caratteristica strana di una memoria che mette a fuoco solo quello che vuole vedere e vuole ricordare.

Luigi Presicce dipinge paesaggi montani, orizzonti di neve, panorami alpini bianchissimi e candidi, ma anche il suo è uno sguardo cieco, proiettato all’interno, infine perso in sogni e incubi, in visioni oniriche e meravigliose (nel senso etimologico del termine).
Tra paesaggi, ritratti, nature morte, sono qui recuperati – a caso, ammettiamolo, perché ogni connessione sarebbe possibile -tutti i generi pittorici tradizionali, a testimoniare – una volta per tutte – che la pittura non è morta, e anzi si sta sempre più espandendo, relazionando, integrando, radicando. Non esiste una tendenza, non c’è un disegno comune, manca una certa sintonia che, attraverso vie diverse e spesso parallele, possa dirigere e indirizzare tutti, o almeno molti, nella medesima dire­zione, ma appare evidente come la figurazione made in ltaly non sia nemmeno, come invece taluni vorrebbero far credere, l’intuizione e la conquista di un pensiero isolato, di un esploratore solitario e coraggioso, di un conquistatore slegato dal resto del mondo. Non si può insomma affermare – come invece alcuni sostengo – che il panorama della pittura italiana sia costituito da qualche isolato campione affiancato da una vasta schiera di gregari. Se non ci fossero tutti non ci sareb­be nessuno, pur con tutte le stature e le profondità diverse. Perché senza gradi di congiungimento non ci sarebbe stato l’humus necessario per crescere e svilupparsi. Lo scenario della figurazione e della pittura va – innanzitutto, in prima Istanza -considerato in toto, come una serie di stimoli, spunti e tendenze circolanti liberamente ma intessuti e relazionati ognuno a tutti gli altri, tramite pochissimi gradi di separazione. Va visto come una serie di vasi comunicanti attraverso cui viaggiano e si mescolano le informazioni, come un network che in pochissimi passaggi rende possibile la conoscenza reciproca e la condivisione di ogni idea.