Elisabetta Vignato Petite VeritéMirko Baricchi
Andrea Buglisi
Maurizio Carriero
Carla Decarli
Armida Zandini
Marco Mazzoni
Beatrice Pasquali
Pastorello
Giorgio Rubbio
Elisabetta Vignato

 

Vraie Vérité

«Perché?» è la domanda assillante che i bambini continuano a porre agli adulti, formula inquisitoria che ub­bidisce a un principio conoscitivo che permette loro di interrogarsi sul “funzionamento” del mondo e sul “senso” della vita. È una domanda a cui non sempre è facile o possibile dare una risposta; i bambini preten­dono infatti che ogni spiegazione sia esauriente, oltre ogni ragionevole dubbio (in caso contrario i “perché” si succederebbero all’infinito). Proprio come i bambi­ni, anche l’arte non intende dare risposte, preferisce semmai porre interrogativi. In molti hanno dissertato sull’equivalenza e la complicità tra l’età puberale e l’attività artistica, si legga a tal proposito quanto scrive Alberto Savinio: «Nei soli artisti – si sa – la vita adulta è la continuazione naturale dell’infanzia». Savinio para­gona l’artista a un bambino prolungato che «continua l’infanzia anche nelle età successive e non fa via via se non sviluppare ed affermare sempre più quella facoltà e quelle qualità che già nell’infanzia gli si erano manifestate», conclude poi che l’opera d’arte non è altro che una variazione perpetua sui temi proposti dall’infanzia. Per lo stesso motivo si sono qui scelte alcune opere accomunate da un soggetto ricorrente: bambini e adolescenti che si trovano a contatto con i problemi (troppo grandi) del (loro piccolo) mondo, alle prese con dilemmi etici ed ecologistici, in balia delle proprie emozioni, tra crisi e perdite d’identità. Eppure, ogni opera sembra rivelare una petite vérité, piccola perché vista non con gli occhi degli adulti ma con quelli dei più piccini. Sono ovviamente verità pas­sibili d’inesattezze, di equivoci, di abbagli, che però trovano la loro ragion d’essere nella maieutica – che non a caso è un metodo pedagogico, ma soprattutto un criterio di ricerca che consiste nella sollecitazione del soggetto pensante a ritrovare la verità [nascosta] in se stesso.
Benché l’età compresa tra l’infanzia e l’adolescen­za ci appaia come il momento più bello e lieto della vita, viceversa è anche il più critico e problematico, in quanto sancisce il passaggio all’età adulta. Ce lo dimostrano i volti disegnati da Marco Mazzoni, i cui tratti somatici sono in via di definizione, come a voler indicare un’identità che si deve ancora formare/affermare. L’incarnato pallido sembra infatti illanguidire a causa dei timori e delle ansie cui le figure sono sottoposte, quasi awertissero il presagio dell’imminente cambiamento. Ciascun volto si nasconde tra la vegetazione, atteggiamento pudico che deve essere messo in relazione con il desiderio di lasciarsi accarezzare dalla natura (mater dulcissima). L’awicendarsi delle stagioni corrisponde dunque al tempo che scandisce la vita, e di conseguenza la crescita. La loro renitenza, ossia la volontà di sottrarsi allo sguardo degli altri, è lo strenuo tentativo di tardare il momento della maturità. La società moderna è sempre più incline ad accelerare l’orologio biologico e psicologico dei propri figli, obbligandoli a crescere troppo in fretta. Non per nulla gli adulti tendono a proiettare le proprie aspirazioni e le proprie frenesie sui giovani, che si trovano afflitti da intense, quanto instabili, emozioni, oscillando dall’eu­foria all’inquietudine, dalla fragilità alla frustrazione. Ne sono una riprova i visi – confusi, rassegnati, sbigottiti – di Maurizio Carriera. La materia mossa, difforme, vivace e policroma esprime i turbamenti delle figure, tensioni che si inaspriscono a contatto con i pattern aniconici del fondo (forme geometriche dai contorni frastagliati ma pur sempre taglienti). Ne nasce una “prospettiva cromatica”, aspra, forse confusa, che non scade mai nell’aneddotica o nel racconto, lasciando aperti i dubbi e tutte le incertezze del caso. Sentimenti e sensazioni concorrono quindi a definire una microemotività soggetta alla frammentazione psicologica.
Viceversa, nei dipinti di Matteo Pagani lo spazio bian­co-asettico è uno spazio indeterminato, un limbo che può essere riempito dall’immaginazione. Com’è ovvio non si tratta di un “vuoto”, giacché gravido di significati (ciò che non si vede non è meno importante di ciò che è rivelato). L’effetto di sospensione e di silenzio del fondo permette ai fanciulli di entrare in rapporto con il proprio corpo, concentrando l’attenzione sulle situazioni che li coinvolgono direttamente. Il candore delle loro azioni è la conferma che gli eventi aiutano a crescere e comprendere meglio il mondo: è affrontando le difficoltà che si diventa più forti e maturi. Le coordinate spazio-temporali vengono meno anche nel caso di Giorgio Rubbio; nei suoi disegni esiste soltanto un ambiente omogeneo, un intorno sempre uguale a se stesso in cui non c’è possibilità di fuggire ai problemi. Messi di fronte alle meraviglie e ai casca­mi del mondo, gli adolescenti di Rubbio si dimostrano inadeguati, incapaci di reagire con naturalezza alle cir­costanze. I gesti si dimostrano artefatti, e non di rado sfociano in scatti di disperata violenza, dimostrandosi incapaci di gestire il dolore, la rabbia o la morte. Bel­lezza e violenza si mescolano involontariamente, alla maniera di una maledizione gitana che recita: pajaro seas y en mano de nino te veas [“magari diventassi un uccellino e ti trovassi in mano a un bambino”]. Proprio come in Pagani e Rubbio, anche nelle opere di Armida Gandini troviamo uno spazio niveo, sensibi­le a qualsivoglia possibilità o esperienza. Come detto all’inizio di questo testo, Gandini condivide il concet­to di opera aperta, ammette cioè che ogni «lavoro pone domande senza dare risposte o indicazioni». Nei disegni dell’artista le figure si trovano ad affrontare difficoltà tanto inattese quanto imprevedibili. Le gabbie/serre che li intrappolano sono metafore della vita, torri d’avorio in cui i personaggi sono protetti e allo stesso modo emarginati. Ma laddove la realtà im­pone delle barriere, l’immaginazione è pronta a esco­gitare soluzioni, fermamente decisa a ritagliarsi la sua (inalienabile) libertà. Le trecce delle figure femminili diventano allora un prolungamento fisico che permette loro di interagire con il mondo circostante. Anche se “nessun giocatore può essere più grande del gioco stesso” – ammetteva sconsolato il protagonista del film Rollerball – i bambini non demordono, né si lasciano sopraffare; al contrario, continuano a giocare imperterriti, cimentandosi in un agone esistenziale che li pone di fronte agli ostacoli da superare.

Le stesse restrizioni/costrizioni culturali e psicologiche di Armida Gandini si palesano nelle opere di Elisa­betta Vignato, che da diversi anni indaga l’instabile universo della puerizia, evocando in prima persona i ricordi dell’infanzia.

Nell’autoritratto (of the artist as a young woman, verrebbe da dire parafrasando Joyce) l’artista è vestita “come in una fiaba”, abbarbicata in un rassicurante cappotto rosso che le dà conforto e le offre rifugio. All’opposto, la piccola Cloe – che dà il nome al dipinto – è immersa in un ambiente lacustre; nonostante il senso di smarrimento che si effonde dal quadro, la ragazzina non sembra turbata, pare anzi divertirsi, incurante di tutto ciò che le accade intor­no. Esiste un sincero disinteresse per qualsiasi cosa esuli dalla propria sfera d’attenzione, condizione che è puntualmente espressa nel quadro Quasi troppo grandi per questi giochi, dove un cavallo a dondolo è stato abbandonato in un prato, assecondando i labili e umorali desideri connessi allo svago.
Al mondo dei balocchi si rifanno le opere su carta di Mirko Baricchi. Trattasi di bambolotti che recano impressi sui corpi i segni del tempo, un tempo ormai perduto, che non c è più. Manca loro qualche brac­cio o gamba, come spesso succede quando l’estro e la veemenza del gioco inducono i bambini a di­struggere i giocattoli, sia per stizza che per curiosità. Quelle di Baricchi sono bambole che vivono nell’om­bra dei ricordi, ma è proprio quando tutti distolgono lo sguardo da esse che sembrano animarsi. Giam­mai dimenticati, gli eventi del passato sono scritti su quei corpi logori, martoriati, vissuti, trasformando la memoria in memorabilia (il ricordo evoca il passato che poi diventa cultura, custodendo quanto è anda­to irrimediabilmente perso). Il mondo dei “consumi” è un rovello su cui si lambiccano anche le figure di Andrea Buglisi. Se in Escatology i bambini cogitano sulle diverse destinazioni d’uso di alcune scatole che prefigurano il “destino ultimo dell’Homo sapiens”, in Human Nature troviamo dei giovani in abito elegante che smettono i panni degli alunni per indossare quelli di piccoli filosofi e scienziati ancora in erba, alle prese con dei plessi cutanei che si trasfigurano in prati fioriti.
Lasciati in balia di se stessi, i giovani non soccombono al peso di un mondo troppo vasto e complesso, ben­sì lo plasmano, meglio ancora: lo plagiano, secondo la proprio volontà. Al di là dello sguardo serioso, dietro l’apparente contegno delle pose, emerge un’in­contenibile creatività patafisica che è «la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità». Ben altre analogie e/o incongruenze si materializzano nella Encyclopaedia picta di Beatrice Pasquali. Come fossero fuoriuscite dall’immaginazio­ne di un giovane fanciullo – di cui è visibile solo la testa che poggia su un’altalena, quasi fosse cullata in un sogno/sonno della ragione – le idee mettono in contiguità oggetti eterogenei, creando un com­pendio non troppo ligio al sapere pratico. L’aspetto visivo soprassiede al linguaggio verbale e al significato intrinseco degli oggetti, come se volesse mettere in discussione il sensus communis attraverso nuove tassonomie. Non è questo il tentativo di racchiudere tutta la memoria del mondo, è semmai il desiderio di classificare la conoscenza collettiva attraverso il gusto personale. Anziché lasciarsi influenzare dal metodo, la compilazione e l’interpretazione procedono secondo una logica basata sulla sfera delle suggestioni, com­mutando lo studio in un meccanismo d’attivazione e non già in un processo risolutivo.
Inevitabilmente i bambini sono portati a circoscrivere un mondo più mentale che fenomenico, condizione in cui spesso e volentieri sopraggiunge la volontà di de­finire da soli la propria “immagine”. Le presenze quasi fantasmatiche (phantasma = immagine) di Pastorello dichiarano la volontà, resa fattiva, di darsi/crearsi un proprio corpo. Disegnati con uno stile volutamente infantilistico, i bambini di Pastorello sono dapprima abbozzati, dopodiché sono colorati con cromie intense, per lo più antinaturalistiche. Ai lati del foglio vengono appuntati degli scarabocchi, “prove colore” che servono a testare i pennarelli, nell’intento di servirsi degli strumenti più adatti a esprimere il proprio modo d’Essere. Essi desiderano fare esperienza di se stes­si; eccentrici e versatili, rimettono in discussione gli ordini costituiti, riponendo fiducia nella molteplicità delle scelte e delle possibilità. Infine, la velocità d’esecuzione contraddistingue lo stile di Carla Decarli, i cui ritratti si riducono a pochi ma significativi elementi morfocromatici. Guardando questi visi stupefatti (che è la condizione per eccellenza dell’infanzia) è come leggere in un libro aperto: in loro non c’è dissimula­zione né ipocrisia, soltanto un sincero trasalimento interiore. L’immagine è ridotta all’essenzialità, mini­malismo che omette il paesaggio per concentrarsi soltanto sull’attimo situazionale, sulla pura e sempli­ce emozione, grazie alla quale l’artista mantiene una sorta di leggerezza di spirito.
Prima ancora di comprendere, c’è in queste opere il desiderio di interrogare/interrogarsi. Ammesso e concesso che ogni domanda non deve trovare ri­sposta, esse resistono all’impulso di estorcere la ve­rità, preferendo casomai distorcerla secondo le pro­prie aspettative. Non che gli artisti vogliano astenersi oppure allontanarsi del vero, sembrano però esimersi dall’offrire risposte plausibili, tantomeno se banali, per lasciarsi semplicemente ammirare. Benché esi­stano molte più verità di quante siano in realtà le do­mande, ciò che non può e non deve mai mancare è la curiosità: per quanto piccolo possa essere, c’è un fondo di verità in ogni approccio al reale.

Alberto Zanchetta