a cura di Olga Gambari

Elisabetta Vignato La bella stagioneGuardando i lavori di Elisabetta Vignato mi viene in mente la storia de Il piccolo principe di Antoine Saint-Exupéry, il racconto di un’amicizia magica tra un pilota, bloccato con il suo aereo nel deserto del Sahara, e un piccolo principe arrivato dallo spazio.

Dal loro confronto si compone poco a poco il ritratto del mondo degli adulti, e a tutti i lettori del mondo, grandi e piccoli, è sempre venuta la voglia di non appartenervi.

Elisabetta ritrae bambini, ragazzini, adolescenti, quell’età che va dall’infanzia sino ai confini con l’età adulta. La bella stagione, come si può chiamare, tutta fatta di giochi, incoscienza, scoperte, emozioni e sensazioni. Ma non solo. La bella stagione, dopo l’inverno, quando la natura rinasce, spruzzando di verde il terreno e i rami, quando cominciano le fioriture e l’aria di addolcisce, ma anche con improvvise gelate, rapide come colpi di coda, che possono bruciare l’acerba fragilità della primavera. E’ una questione di equilibri delicati, come nel mondo dell’infanzia. Piccoli ascolti che iniziano dal vedere dettagli, registrare i respiri, percepire energie. Elisabetta Vignato, che sicuramente ha incontrato il piccolo principe, è in ascolto e in ogni lavoro racconta ciò che ha sentito, quello che ha colto osservando i bambini. Lo legge in faccia, nei movimenti dei corpi, come se anima e pensiero prendessero concretezza così. Per Elisabetta è una questione di materia, sin dall’inizio, affascinata dall’astrazione, illuminata dall’incontro con Emilio Vedova. La pittura come esperienza totale, la continuazione del sé sulla tela, un rapporto viscerale fatto di gesto e materia, ancora prima della forma, ragionando, anzi, su quella sostanza che poi la riempirà. L’astrazione è stata per l’artista un prendere contatto con la profondità della pittura, un immergersi tra i flutti del magma, dove colore e matericità si impastano intensamente con l’intimità emozionale. Una ricerca portata all’estremo, fino all’essenza del monocromo.

Dopo, alla fine degli anni Novanta, Elisabetta è ripartita dalla figura umana, ora sapeva come impugnarla per farla vibrare. E sono arrivati i bambini, ritratti ancora a metà strada, dove il fulcro della composizione era il corpo con la sua posizione e la sua fisicità. Grandi pennellate, largo viraggio materico, volti accennati. Poi la figura è andata specificandosi, dettagliandosi alla ricerca dell’identità, frugando nei visi, nei tratti in cui l’espressione fa trasparire il carattere e l’umanità. Negli ultimi lavori il tratto si è ancora più rallentato e soffermato, con un’esecuzione laboriosa che delinea segno dopo segno, più piccolo il pennello, quasi un intaglio fatto di colori luminosi ma opachi, stesi leggeri e assiepati. L’artista sospende l’infanzia nello spazio, la estrae dal flusso continuo del divenire come se galleggiasse; bambini, ma ora anche adolescenti, raffigurati liberi di essere quello che sono, senza nessuna interferenza esterna, lontano da aspettative e frenesie adulte. “Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata” scrive Saint-Exupéry. Per questo Elisabetta non dipinge contesti e ambienti attorno ai suoi piccoli protagonisti, ma fondi sfumati che danno l’atmosfera alla situazione, che pongono le giovani generazioni al centro, isolate, idealmente protette da una società incapace di lasciar loro il tempo di annoiarsi, di trovarsi. Raramente appare qualche oggetto, che comunque entra in rapporto funzionale col soggetto, siano giocattoli, coppe di fragole, un secchiello.

L’artista ha volutamente rallentato ancora la velocità del tempo per riuscire a cogliere la frequenza d’onda del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, per registrare tutte le loro voci. Da lì nasce ogni lavoro, dalla messa in scena di quelle testimonianze trasfigurate nel ritratto. Per questo i lavori di Elisabetta invitano al silenzio e all’attenzione, una sorta di istruzione per l’uso, con piccole storie racchiuse sulla tela, raccontate piano piano dai protagonisti. Bisogna prendersi un po’ di tempo e stare bene in ascolto, con gli occhi. Allora la visione diventa vedere e non solo guardare, e l’immaginazione si accende stimolata da tutti i sensi.

Filastrocche leggere, rapprese in atmosfere fatte di espressione e colore.

Le storie di Elisabetta fuoriescono dalla materia pittorica per emanazione, sono come impregnate sulla tela, e si rilasciano poco a poco, facendo riapparire anche l’ambiente attorno, in un gioco di ombre sfocate.

Senza tempo, senza ascolto, senza voglia di immaginare non funziona. Ti perdi metà dell’esperienza, la tela rimane piatta e quella materia, che sempre agita il lavoro di Elisabetta come un gorgo, appare spessa e muta. Il tempo si ferma in un inutile immobilismo. Come in ogni fiaba, che si sa sono spesso crudeli, il titolo sintetizza la narrazione, si apre come un frammento di pittura scappato fuori. E’ una sorta di traccia che l’artista ci dà per leggere le sue storie dipinte, una chiave per entrare passando attraverso lo specchio. Dentro a “La luna ci insegue” , “Siete barchette”, “Guerrieri premono avanti”,“Così bianca nell’ombra”, “E potevano volare” ci sono bambini che giocano, altri addormentati, avvolti dalla fantasia e dal sogno, travolti da golosità e visioni, affascinati da apparizioni e magie. La serie “Sul muretto” fotografa, invece, un gruppo di adolescenti, maschi e femmine, colti in quell’età di transito così struggente poi nel ricordo degli anni successivi, che non appartiene nè alla sponda appena lasciata nè a quella da raggiungere. Visi che testimoniano tutta la difficoltà del crescere, del costruirsi la propria identità, vivendo e non sopravvivendo, essendo accolti dal mondo per poi poter accogliere.