a cura di Gianni Romano

“Chi vi impedisce di vivere la vostra vita come un bello e doloroso giorno nella storia di una grande gestazione? Non vedete come tutto quanto accade è ancora sempre un cominciamento?”
(R.M. Rilke)

Elisabetta Vignato Giovani adultiPer vari motivi sembra che l’adolescenza non sia più tale, non si nutre più di quella durata che permetteva  all’individuo di poter affrontare con i tempi dovuti le varie fasi della conoscenza, i media non fanno altro che raccontarci  drammi di ragazzi cresciuti troppo in fretta, le cui trasgressioni spesso sembrano messe in atto per obbedire a quel caleidoscopio di ripetizioni che ossessionano i media e finiamo per ritrovarci  nella nostra vita quotidiana. Ad una certa età, l’adolescente diventa più consapevole di se stesso e manifesta, talora in maniera ambigua, le proprie pulsioni sessuali; abbandona gli atteggiamenti infantili di dipendenza e tende ad affermarsi come protagonista autonomo. Il processo di affrancamento non è indolore ed è frequentemente contradditorio; determina conflittualità interiore e anche verso l’ambiente esterno, spesso verso i genitori e in generale verso l’autorità. Così l’adolescenza oggi sembra finire con la pubertà, con quella fase in cui si scopre la propria sessualità e i nostri ragazzi pensano di essere diventati adulti: è questo questo il motivo per cui ogni indagine sociologica degli ultimi tempi li definisce… giovani adulti.

Ora, questo è un argomento che viene la maggior parte delle volte accostato a dei drammi sociali, nel nostro caso, invece, i giovani adulti ci riportano ad un tipo di sensibilità che sentiamo molto vicina all’arte. A livello figurativo, le immagini ritratte da Elisabetta Vignato ricalcano questa accellerazione delle modificazioni comportamentali mostrandoci dei giovani in atteggiamenti e pose ormai adulte, a volte calcando queste espressioni con un abbigliamento astratto (vedi la ripetizione dello stesso tessuto in diverse guise) ma che se realizzate da uno stilista potremmo definire un casual estremamente elegante. L’artista sembra mostrarceli con distacco, ma è una distanza che si presta ad un’osservazione ottimale, pari a quella che Ronald Laing (il padre dell’antipsichiatria) descriveva cosi nel 1970: “Stanno giocando un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco”.

Dunque è necessario che l’artista crei questa distanza con i propri soggetti (questo è il motivo principale per cui non possiamo definire questo lavoro come autobiografico), così Vignato può indagare seguendo un paradigma di verità che si è auto-imposta.

Forse qualcuno rimarrà deluso da tale impostazione, molti pensano che l’arte debba necessariamente essere una bugia costruita ad arte, un inganno che lo spettatore affronta consapevolmente come quando andiamo al cinema.

La storia stessa dell’arte è spesso il prodotto di una reiterazione di bugie, quando cerca di definire come valori assoluti artisti che esprimono valori soltanto sul mercato, quando a più riprese si cerca di valorizzare il vuoto, quando è incapace di guardarsi attorno concentrandosi sulle vetrine senza prestare attenzione a quelle timide affermazioni che spesso col tempo vanno a formare il sentire di un periodo. Ad esempio, una grossa bugia della storia dell’arte è che nell’arte non vi fossero donne artiste, mentre oggi sappiamo che spesso esistevano senza riuscire a raggiungere le vetrine più importanti.

All’inizio degli anni Novanta è accaduto qualcosa di inaspettato nell’arte. Molte artiste donne, ormai presenti sulla scena senza discriminazioni (quasi), hanno smesso di usare i nuovi media (soprattutto la fotografia) e hanno cominciato a dipingere. C’è stato un ritorno ai mezzi tradizionali privo però di alcun senso di riverenza e di accondiscendenza verso la storia dell’arte. Le donne artiste lo hanno fatto affrancandosi dai legami imposti in precedenza da una storia dell’arte che le aveva sempre relegate in secondo piano. La nuova scena ha così posto all’attenzione di tutti pittrici come Sue Williams, Karen Kilimnik, Elke Krystufek, Vanessa Beecroft, Nicky Hoberman, Lisa Yuskavage,  Elisabeth Peyton, Jenny Saville, Cecily Brown…  c’è stata la tardiva scoperta di una pioniera quale Marlene Dumas, mentre in Italia si sono imposte le sperimentazioni pittoriche di Margherita Manzelli (Ravenna 1968), e in seguito di Maria Morganti (Milano 1965), Valentina d’Amaro (Massa 1966) ed Elisabetta Vignato. Questo aspetto delle rivitalizzazione dei media da parte delle artiste donne diventa evidente persino in lavori che all’apparenza sembrano non distaccarsi dalle pratiche tradizionali: un esempio per tutti è il lavoro di Dusciana Bravura (Venezia 1969) che raccoglie nuove attenzioni sul mosaico grazie all’utilizzo di materiali innovativi e ad un sapiente mix tra la decorazione passata e presente. Rispetto alle colleghe straniere il lavoro di Elisabetta Vignato sembra meno “cattivo” (gli americani dicono hard edged) e più accomodante, a tratti seducente, ma questo non è un problema che possiamo attribuire solo ad un’artista, ma una caratteristica comune a tutta l’arte italiana (concettuale inclusa) con la quale gli artisti italiani sembrano convivere pacificamente.

Così le donne dipingono come se stessero reinventando un vecchio mezzo, se si preferisce, con l’eccitazione provocata da una libertà acquisita, senza alcun obbligo formale e stilistico. La pittura viene utilizzata con una diversa consapevolezza del proprio fare,  ed è questa scelta acritica, l’utilizzo di una pratica tradizionale senza sentire il bisogno di erigere manifesti d’intenzioni, che rappresenta un’altra novità rispetto alla storia dell’arte che le ha precedute. Questo distacco rispetto alla storia dell’arte passata e recente, permette alle artiste di abbandonare quel citazionismo sterile nel quale era caduta molta pittura della fine degli anni Ottanta e di concentrarsi su altri discorsi. Per esempio, sulle storie personali, raramente autobiografiche; molto spesso si tratta di un secondo livello semantico che permette all’artista di far interagire le proprie esperienze con un discorso collettivo. Quello di “Giovani adulti” è un discorso collettivo, non è autoreferenziale e riguarda un’estetica  relazionale più che generazionale.

C’e’ la tendenza a negare il racconto in questi quadri, a fornirci delle istantanee, da qui lo sforzo di rendere astratto lo sfondo (abbiamo già detto dei tessuti), contemporaneamente questo corrisponde allo sforzo appena percettibile di limitare le proprie capacità tecniche (davvero notevoli nel caso della nostra artista), di non lasciarsi andare alla ricerca del bello fine a sé stesso, di non strafare, di concentrarsi su un’atmosfera o un sentimento, magari tracciata con poche linee. Eppure, nonostante qualunque tipo di freno l’artista si doti, c’è un altro tipo di bellezza che intravediamo in queste immagini, non è tanto il modo in cui i vari personaggi sono raffigurati, ma perché la nuova condizione di giovani adulti in questo caso viene vissuta senza traumi, con una consapevolezza della precarietà che porta a riflettere lo spettatore sul loro modo d’essere più che sul loro modo di apparire. Prese singolarmente queste immagini non offrono un approfondimento psicologico sui personaggi ritratti, tendono piuttosto a stare l’una con l’altra, a fare gruppo, a comunicare il sentire di questa collettività senza gerarchie. In effetti solo un paio di opere ci offrono dei ritratti di gruppo, ma nessuno dei singoli personaggi ritratti sembra soffrire di solitudine, probabilmente perché nel vivere quotidiano una delle dinamiche più presenti è proprio il riconoscimento e l’adesione al gruppo, al di la di ciò che appare.

La pittura, da qualunque parte la si osservi,  è un linguaggio fortemente codificato che con molta fatica riesce a liberarsi delle convenzioni. Oggi della pittura, appunto, apprezziamo più la sua capacità d’inventiva che delle improbabili scoperte stilistiche e formali. Una pittura così concepita forse é più adatta ad indagare l’intimo e non le apparenze. La pittura, e la pittura figurativa ancora di più, ci illude con la presenza di un’immagine che crediamo essere ciò che appare, ma sta alla bravura dell’artista riuscire a creare altri livelli di percezione che oltrepassino la semplice visione dei soggetti.

Giovani adulti rappresenta dunque una fase importante nel lavoro di Elisabetta Vignato e il tema non è scelto a caso, né ha a che fare strettamente con la biografia dell’artista ma con la fase di un’adolescenza che non sta ferma un attimo, che è precaria dentro, in attesa del domani, proprio come l’arte nel suo vivere quotidiano. Non vedete come tutto quanto accade è ancora sempre un cominciamento?